di Boris Groys

Nell’immaginario collettivo, la tecnologia è soprattutto associata alla rivoluzione tecnologica e all’accelerazione del cambiamento tecnologico, ma di fatto lo scopo della tecnologia è completamente l’opposto. Pertanto, come disse Heidegger nel suo famoso saggio sulla questione tecnologica, lo scopo della tecnologia è precisamente immunizzare l’uomo dal cambiamento, proteggerlo dal suo legame con la natura, con il fato e con l’accidente. Heidegger vedeva questo sviluppo come estremamente pericoloso e le sue ragioni erano il pericolo che avrebbe avuto per l’essere umano. Se tutto diventa risorsa da immagazzinare, preservare ed essere accessibile, anche l’essere umano può diventare una risorsa – il Capitale Umano, diremmo noi oggi – e cercando stabilità e sicurezza diventa esso stesso una cosa. Come spiega in uno dei suoi primi lavori L’origine del lavoro dell’arte, solo l’arte può salvare l’uomo da questa denigrazione. “Niente come l’arte rivela come usiamo le cose o come veniamo usati dalle cose.” La ragione dell’avversione di Heidegger è chiara: secondo lui, le cose esistono come oggetti, ed essere oggetto significa essere usati. Ma la sua equazione tra cosa e strumento è davvero valida?

Direi che nel caso dell’arte, no. Certo, l’arte può funzionare da bene di consumo e da strumento. Ma si differenzia da un bene di consumo perché non viene consumato dall’uso. Se mangiamo del pane, questo sparisce. Un oggetto d’arte non viene usato per essere consumato, ma esibito o ammirato. Per quanto riguarda l’uomo invece, la pratica artistica nel corso dell’avanguardia classica ha offerto anticipazioni delle condizioni in cui un nostro secondo, autoprodotto, corpo artificiale dell’uomo esista nel mondo contemporaneo. La mancanza di alcuna garanzia ontologica è stata espressa da Jean-Francois Lyotard nel saggio del libro Inumano. Divagazioni sul tempo (1987) Può il pensiero non avere corpo?

Lyotard cominciò la sua riflessione dalla previsione scientifica che il sole esploderà in 4 bilioni di anni e mezzo e dal suo punto di vista questo cataclisma impendente avrebbe reso necessaria la creazione di un’estensione corporea che rimpiazzasse il corpo umano così che il pensiero potesse sopravvivere.

Gli elementi di questi corpi – opere d’arte, libri, film, foto – circolano sparpagliate nel mondo contemporaneo dei media. Quindi si può avere la sensazione che queste rappresentazioni del se siano già in uno stato di permanente decomposizione, ma mantiene un’unità virtuale. Ma questa unità può essere analizzata solo da internet e non da un occhio umano. Solo un programma di sorveglianza e ricerca come Google può analizzare internet nella sua interezza – e quindi identificare questi secondi corpi come vivi o morti. In questo caso una macchina è rilevata da una macchina e un algoritmo è rilevato da un algoritmo. Forse una prefigurazione di quello che scriveva Lyotard, un’umanità che persiste anche dopo l’esplosione del sole.