di Gianmaria Raimo

Sin dalla sua prima edizione, undici anni fa, la Biennale di Vienna si è proposta come uno dei pochi eventi realmente crossmediali e futuristici: non solo attivamente combinando arte, design e architettura; ma anche sforzandosi di esprimere una visione di ciò che ci aspetta non appesantita dalla nera fuliggine del pessimismo.

Così anche stavolta, in un'edizione intitolata programmaticamente Robot. Work. Our future (dal 21 giugno al 1 ottobre). La tecnologia, il mondo digitale, non sono solo fondamenta sulle quali costruire fantasie distopiche: Vienna, capitale di un impero e centro dell'innovazione occidentale solo un secolo fa, può ancora insegnarcelo. La presenza delle macchine, che possono facilmente sostituire il lavoro umano, e l'affacciarsi sempre più frequente dell'ombra dell'intelligenza artificiale, mettono dubbi e paure. Ma bisogna superarli, e considerare gli effetti positivi che ci porteranno, piuttosto che insistere su quelli negativi, così magari contribuendo a farli avverare; in questo modo hanno ragionato i curatori della Biennale.

Hello, Robot, per esempio, è una collaborazione di vari musei e istituzioni, tra cui il noto Vitra design: mostra più di 200 oggetti - di uso quotidiano e non - provenienti da diversi ambiti, come arte, design, architettura, moda, cinema, scienza. How will we work, attraverso l'arte contemporanea e il design interattivo, getta una luce meno sinistra e si propone di sfatare alcuni miti sul futuro del lavoro. E ancora la relazione tra uomini e oggetti, le distopie da evitare, e un interessante progetto denominato Care + Repair: particolarmente adatto a un mondo digitale dove l'obsolescenza dei dispositivi elettronici cresce vertiginosamente, di pari passo con l'inquinamento e lo sfruttamento delle materie prime più preziose del pianeta. Prendersi cura vuol dire riparare. Sperando di non fare la fine dell'Impero austroungarico.