di Francesco Musolino

I robot sono parte integrante della nostra società e popolano il nostro immaginario. L’intelligenza artificiale è uno spunto costante per il mondo della fiction – dalla serie Millennium di Larsson sino all’ultimo libro di Dan Brown, Origin –, e il suo reciproco confrontarsi con l’umanità è al centro di numerosi dilemmi di natura etica. E ogni giorno si compiono passi avanti per rendere i robot più umani e più facili da accettare. I robot saranno sempre più in grado di leggere le nostre emozioni e i nostri stati d’animo; ma tutto ciò li renderà davvero più umani?

Parliamo di Octavia, un androide progettato per combattere gli incendi sulle navi della marina americana. Conosce una vasta gamma di espressioni facciali e quando è spenta sembra una semplice bambola di dimensioni umane. Ha un viso liscio, un naso e delle sopracciglia ben proporzionate. Ma quando è accesa tutto cambia. Può annuire con la testa in un gesto di comprensione, può allargare gli occhi e sollevare entrambe le sopracciglia in una convincente espressione di allarme e può persino guardarsi intorno smarrita, replicando l’idea dello smarrimento. Pensate, è persino capace di inarcare un sopracciglio e chiudere l'occhio opposto, in un gesto di intesa. Ma ciò che più sorprende è la sua capacità di interagire emotivamente con l’ambiente e i compagni di lavoro. Octavia può vedere, sentire e toccare. Elabora le informazioni velocemente mentre le due macchine fotografiche – i suoi occhi – analizzano le caratteristiche facciali o il vestiario di chi le sta attorno. Ed è capace di rilevare le voci delle persone, utilizzando quattro microfoni e un programma di riconoscimento vocale chiamato Sphinx. Ma può pensare e agire in modo simile agli umani? Un dilemma antico come il mondo. Ciò che è necessario comprendere è il fatto che le emozioni modellano di continuo il nostro comportamento, modificandolo nel tempo. Non solo.

Secondo la psicologa Lisa Feldman Barrett, professore presso l'Università Northeastern, sta diventando sempre più chiaro che le nostre emozioni variano notevolmente a seconda della cultura in cui siamo cresciuti, in base alle situazioni in cui ci troviamo. La paura, per esempio, nasce da stimoli diversi, si manifesta diversamente nei nostri cervelli e si esprime in modi differenti sui nostri volti. Alla luce di questa riflessione, la grande sfida è questa: come faranno i programmatori a fornire ai robot il background necessario per fargli provare emozioni davvero umane? D’altra parte, se le emozioni influenzano il comportamento, possiamo essere certi che un robot empatico possa essere anche un buon soldato? Oppure, un robot incapace di provare paura o rabbia sarà capace di prendere decisioni migliori rispetto ad un essere umano nella stessa situazione di pericolo? Nel frattempo, l'esercito americano ha iniziato a dispiegare una flotta di circa 3.000 piccoli robot tattici, in gran parte in risposta all'aumento dell'uso di dispositivi esplosivi improvvisati in guerra. Questi robot scivolano le strade esposte, nelle grotte scure e attraverso strette porte per rilevare e disattivare dispositivi esplosivi imprevedibili. Ebbene, non senza stupore, è stato rilevato che i soldati finivano per provare un legame verso questi robot che, in fin dei conti, salvavano loro la vita ogni giorno compiendo missioni pressoché suicide.

La verità è che abbiamo bisogno di robot capaci di provare emozioni, se non altro perché interagendo con loro sarà più facile ascoltare i nostri sentimenti, creare le basi per un dialogo nel team e poter accogliere il futuro che verrà.