di Massimiliano Ferramondo

 

Quasi nessuno dei miei oggetti quotidiani di lavoro somiglia a quelli che utilizzavo negli anni da caporedattore di giornali. Se gli strumenti sono completamente diversi, alcuni elementi editoriali danno continuità alle due professioni. Anche un programma tv ha una struttura di contenuti organizzati in un determinato spazio; ed è quindi un oggetto editoriale, in qualche modo. Chi si occupa di comunicazione per la televisione deve sapere quali pezzettini di quell'oggetto possono essere staccati e raccontati, riversati su altre piattaforme di erogazione di contenuti come giornali, siti e, soprattutto, social network. Il tutto senza anticipare o bruciare informazioni: in tv lo spoiler è una vera ossessione. Chi, come me, è stato su tutti e due i lati della barricata sa mediare tra le nevrosi di chi ha la presunzione di raccontare il mondo (i giornalisti/blogger) e chi ha la presunzione di creare mondi (i produttori/autori tv).

La tv non è più e non può più essere voce di grandi promesse e grandi narrazioni. Questo è un ruolo che tocca, in ogni fase della storia, ai media nuovi. E la tv non è più un media 'nuovo' da molto tempo. Oggi interpretare quel che sarà, spetta al web post-social. La tv – che è ancora il medium più diffuso e comprensibile orizzontalmente da tutte le generazioni – ha più che altro il compito fondamentale di 'istituzionalizzare', 'normalizzare' quelle linee di racconto che nascono altrove. La tv oggi sigilla, sancisce il 'socialmente condivisibile', l'accettabile. Pensiamo soltanto a come il 'Trono over' di Uomini e donne abbia sdoganato l'idea del sesso nella terza età; pensiamo al coming out di Eva Grimaldi all'Isola dei famosi, che ha portato in un reality show di prima serata l'omosessualità femminile.

Le sinergie internazionali proposte da soggetti come Netflix, Amazon Video, HBO, hanno provocato un'accelerazione vertiginosa nell'estetica, nella scrittura, nella concezione stessa della serialità, all'interno della fiction televisiva italiana. I budget delle coproduzioni rendono redditizi gli investimenti in serie come Gomorra, Non uccidere, Rocco Schiavone, Suburra. Questi prodotti sono economicamente scalabili in quanto internazionali, quindi possono permettersi share locali più bassi. Fino a poco tempo fa la nostra fiction usciva poco dai confini italiani e quindi non c'era nessuno stimolo ad allinearsi a modelli estetici e produttivi globali. Insomma, io la vedo bene... Non siamo più condannati a eterni Medico in famiglia o Don Matteo, che fanno il 20-30% di share in prima serata colpendo, però, un pubblico profondamente conservatore dal punto di vista dell'accettabilità dei linguaggi e dei formati.

Aziende come Magnolia, dove lavoro io, si chiedono tutti i giorni quale genere di narrazione o genere di storia la tv non ha ancora raccontato e dovrebbe raccontare. Mi piacerebbe avere la risposta. Sicuramente sono molto curioso di vedere cosa nascerà dai successi di docu-serie come The Jinx o Making a Murderer. Ma per vedere i frutti serve ancora un po' di pazienza, perché quel tipo di produzione ha tempi di realizzazione davvero lunghi. Quel mix di contenuto documentaristico innestato su formati da serie tv mi sembra un terreno davvero pieno di possibilità, fertilissimo.