di Egidio Liberti

Agricoltura digitale, smart o digital. È chiamata anche così l’agricoltura 4.0, cioè il massimo livello evolutivo di un comparto che, almeno nell’immaginario collettivo, è analogico per definizione. Pensi al lavoro nei campi e immagini ritmi blandi e lavoro duro, mani spaccate e pelle scavata dal sole come se ci fosse passato sopra un aratro. Invece no. Si definisce 4.0 come la più avanzata industria, proprio per sottolineare il legame ormai fondamentale e imprescindibile delle tecnologie sul campo. Meglio, sui campi. Da Internet all’uso di computer, droni, sensori per la condivisione di dati e informazioni. Non solo tra macchine, ma anche tra i diversi operatori; i lavoratori di una filiera complessa e articolata. L’alto tasso di innovazione tecnologica ha lo scopo di ottimizzare il lavoro, massimizzare i risultati, garantire redditi più elevati agli agricoltori. Non senza ovviamente che le maggiori rese produttive portino direttamente a costi di lavorazione più contenuti e al minor impatto ambientale.

La sfida è importante. La più importante, dopo la rivoluzione datata 1889 che ha portato nei campi uno strumento nuovo: il trattore. Si può affermare che questa sfida è partita nel 2015, in occasione di Expo; e nel giro di cinque anni dovrebbe proiettare l’Italia ai vertici europei, facendo crescere dall’attuale 1% al 10% la superficie agricola coltivata. Ovvero decuplicando gli ettari lavorati con tecnologie innovative. Inoltre l’agricoltura e l’allevamento oggi bruciano acqua e terreni con una velocità impressionante. Basti pensare che circa il 40% della produzione finisce nella spazzatura. Si tratta di una criticità enorme: gli sprechi compartecipano massicciamente a danneggiare l’ambiente, quindi il progresso ci viene in soccorso.

Il passaggio è obbligato, fa parte del processo evolutivo. Lo stesso attraversato all’inizio del Ventesimo secolo quando l’agricoltura era un sistema produttivo a elevato impiego di manodopera. Allora circa un terzo circa della popolazione era impegnata nel settore agricolo. Poi, quando nei Cinquanta arrivò l’agricoltura 2.0, la rivoluzione verde che prevedeva il massiccio impiego di fertilizzanti chimici e fitofarmaci, la produttività s’impennò. Il rovescio della medaglia furono però le conseguenze che oggi conosciamo, legate soprattutto all’uso dei prodotti chimici, sul raccolto e sull’ambiente. La fase 3, quella di precisione, è apparsa a metà degli anni Novanta sulla scia della rilevazione satellitare. L’utilizzo degli strumenti di geolocalizzazione ha permesso di guidare il lavoro delle macchine agricole in un modo che non s’era mai visto. Così, un miglioramento dopo l’altro, all’agricoltura 4.0 spetta l’esplorazione di cooperazione e condivisione di dati e informazioni; poi lo scambio tra macchine e operatori diversi, guardando all’intero processo, non più al singolo passaggio. Per esempio: il trattore comunica con la mietitrice e, in caso di malfunzionamento o usura programmata, manda autonomamente l’ordine del componente al fornitore. L’imprenditore agricolo avrà così in tempo reale la situazione aggiornata e completa di tutte le attività, dal funzionamento delle macchine sul campo ai costi e risultati delle operazioni. “Autonomo” e “imprenditore agricolo” sono due parole nuove nel lessico di campagna, definizioni cui dovremo abituarci perché accompagnano il ritmo del progresso. Insomma, questa è l’agricoltura 4.0.