“Spostai lentamente la mia testa dalla tenda della doccia, e vidi il riflesso di un volto di un uomo alto che sembrava stesse fissando lo specchio nella mia stanza. Ancora non potevo vedere il suo viso, ma solamente il suo riflesso nello specchio. Si mosse verso di me dentro lo specchio, era più alto di quanto avessi visto. La sua pelle era chiara, e aveva una lunga barba.”

Queste parole non fanno parte di un racconto dell’orrore scritto da Edgar Allan Poe, ma sono invece l’incipit di un racconto prodotto da un’intelligenza artificiale a cui gli utenti di Twitter possono contribuire. 

L’autrice è Shelley AI, un algoritmo di deep learning sviluppato dai ricercatori del MIT in occasione dei festeggiamenti di Halloween — il nome è infatti un chiaro omaggio alla scrittrice Mary Shelley, autrice di Frankenstein.

 

 

Questa intelligenza artificiale è stata addestrata utilizzando i testi raccolti all’interno di un'area di reddit dedicata alla diffusione di storie dell’orrore originali. Una volta analizzate le parole, l’AI è in grado di produrre nuove storie e, soprattutto, di collaborare con gli utenti che rispondono ai suoi tweet proseguendo così la scrittura di un racconto dell’orrore che è il prodotto della fusione di due menti: umana ed artificiale.

Shelley è soltanto uno fra gli innumerevoli esempi di come l’intelligenza artificiale sta gradualmente cercando di inserirsi anche in quelle attività che spesso riteniamo esclusive dell’essere umano: la creatività è infatti una caratteristica non facilmente associabile ad una macchina.

Se fino ad ora vi erano stati esempi di AI applicate alla produzione musicale e pittorica — ottenendo persino eccellenti risultati — ora stiamo vedendo la comparsa di algoritmi di intelligenza artificiali in grado di produrre persino dei racconti più strutturati e complessi, come ad esempio la scrittura del sesto libro della serie di Game of Thrones che è attualmente ancora incompiuto.

 

Ricordare punti salienti della trama, come ad esempio se un personaggio è stato già ucciso o meno, è essenziale per produrre un racconto consistente e sensato.

 

L’ingegnere informatico Zack Thoutt ha infatti deciso di non attendere che George R. R. Martin, autore della serie, pubblichi il libro ed ha così dato in pasto ad una recurrent neural network (RNN) i cinque libri già pubblicati, per produrre una versione interamente artificiale — i capitoli prodotti dall’AI sono disponibili su Github.

L’algoritmo utilizzato, che fa parte dell’insieme delle reti neurali artificiali, sfrutta anche gli algoritmi di Long short-term memory (LSTM) che permettono così di offrire la possibilità all’AI di memorizzare alcuni dati ed informazioni. Questa caratteristica è fondamentale quando parliamo della scrittura di un testo: ricordare punti salienti della trama, come ad esempio se un personaggio è stato già ucciso o meno, è essenziale per produrre un racconto consistente e sensato — non vorremmo mai leggere un racconto in cui gli eventi si ripetono sempre uguali.

Partendo dai testi dei cinque libri già pubblicati, questo algoritmo cerca di fare una previsione degli eventi che potrebbero accadere nel sesto e non genera quindi delle storie completamente scollegate dalle precedenti.

Sia nel caso di questa AI che per la precedente Shelley AI, entrambe necessitano di un input iniziale per poter poi scrivere la storia: nel caso della versione alternativa del sesto libro di Game of Thrones viene fornito il nome di un personaggio come prima parola, mentre nel caso dei racconti dell’orrore gli input sono più vari.

 

 

Questi due esempi dimostrano una caratteristica che per il momento separa ancora le intelligenze artificiali dal concetto di creatività per come lo intendiamo: le opere prodotte si basano inevitabilmente sulle parole contenute nei testi utilizzati per addestrare gli algoritmi e quindi il risultato finale non può che essere una variazione dei temi e generi già trattati.

Questo tipo di problema si manifesta ancora più chiaramente nel caso della poesia: alcuni algoritmi di intelligenza artificiale riescono a produrre dei componimenti poetici ma sono costretti a reiterare le forme e gli stilemi delle poesie di partenza, finendo così con il produrre opere che solo ad un occhio non allenato potrebbero essere scambiate per poesie originali — per chi vuole allenarsi nel riconoscere poesie composte da macchine intelligenti c’è il sito Bot or Not.

Se al momento, quindi, non possiamo ancora riconoscere una vena di creatività nelle intelligenze artificiali, dobbiamo comunque ammettere che riescono a produrre opere che suscitano interesse nel lettore, come con le storie dell’orrore composte da Shelley AI. Per ora, però, sembra ancora lontano il momento in cui un’intelligenza artificiale potrà vincere il premio Nobel per la letteratura.