Fino ad ora, gli strumenti introdotti nelle rivoluzioni industriali sono sempre stati considerati come dei semplici attrezzi inerti, facili da controllare ma pur sempre oggetti privi di autonomia e pienamente sotto il controllo e la supervisione umana. L’intelligenza artificiale, però, promette di trasformare queste macchine in agenti morali — enti in grado di prendere decisioni in completa autonomia — rendendoli così più adatti ed efficienti a svolgere dei lavori utili per la nostra società.

 

Allo stesso tempo, l’introduzione delle intelligenze artificiali e di robot dotati di capacità equiparabili a quelle umane modifica inevitabilmente la nostra percezione dell’identità personale e del significato che noi attribuiamo alla definizione di essere umano.

 

“Se svilupperemo l’AI cercando di copiare le caratteristiche degli esseri senzienti, nella lunga distanza dovremo probabilmente adattarci al fatto che il nostro posto nell’Universo è ancora meno centrale di quanto pensassimo — e questo sarebbe chiaramente il segnale di una rivoluzione Copernicana.”

 

“L’AI sarà probabilmente un’altra rivoluzione industriale, e forse persino più grande,” afferma Huw Price, professore di Filosofia presso l’università di Cambridge e ricercatore presso il Leverhulme Centre for the Future of Intelligence, intervistato via mail, “ma se sarà anche una rivoluzione copernicana dipenderà molto dal modo in cui decideremo di sviluppare l’AI: se la svilupperemo cercando di copiare le caratteristiche degli esseri senzienti, nella lunga distanza dovremo probabilmente adattarci al fatto che il nostro posto nell’Universo è ancora meno centrale di quanto pensassimo — e questo sarebbe chiaramente il segnale di una rivoluzione Copernicana.”

 

La presenza di un essere senziente in grado di riprodurre le nostre stesse capacità intellettuali potrebbe spingerci a ridefinire le domande riguardo cosa ci rende umani e quali elementi definiscono la nostra essenza. Secondo Huw Price, però ci stiamo già accorgendo che queste sono due domande separate poiché “qualunque test utilizziamo per definire il concetto di persona morale, alla fine troviamo qualche tipo di animale che è in grado di superarlo e l’intelligenza artificiale ha il potenziale di introdurre un ulteriore livello di complessità.”

 

Lo status di persona non è ancora ben definito univocamente e sono diverse le capacità che vengono prese in considerazione, come ad esempio la coscienza di sé, l'autocontrollo, la percezione del tempo, la possibilità di creare relazioni con gli altri e lo sviluppo di una personalità specifica — un insieme di attributi caratteristici che influenzano il nostro ambiente, le nostre emozioni, ed il nostro comportamente in situazioni diverse.

 

 

Per trovare delle risposte, Huw Price suggerisce di rivolgere l’attenzione alle aziende ed alle nazioni. Queste due entità, infatti, hanno acquisiti alcuni dei diritti legali e delle responsabilità precedentemente concepite come esclusive delle persone umane. Si è trattato di un un processo graduale e lungo ma che ha aiutato i filosofi interessati nella definizione della natura umana ad individuare nelle aziende e nelle nazioni degli esempi utili “poiché queste presentano alcune caratteristiche — ma non tutte — che condividono con agenti umani: in questo modo ci forniscono un’ottima classe di confronto — possiamo capire meglio la personalità umana pensando a cosa fanno gli umani che le aziende e le nazioni non possono fare, e viceversa.”

 

“L’abilità delle AI di sostituire gli uomini nei lavori ed in parecchie attività decisionali giornaliere potrebbe già avere un grande impatto sulla nostra percezione della personalità.”

 

Da questo confronto si potrebbero trarre delle conclusioni da applicare anche nel caso degli agenti dotati di intelligenza artificiale, definendo alcune caratteristiche simili a quelle degli esseri umani ma lasciandone fuori altre.

 

Per riconsiderare la nostra essenza umana non dobbiamo però attendere l’arrivo dell’intelligenza artificiale generale — ossia un’AI in grado di compiere qualunque tipo di attività dell'intelletto che gli esseri umani sono già in grado di compiere. “L’abilità delle AI di sostituire gli uomini nei lavori ed in parecchie attività decisionali giornaliere potrebbe già avere un grande impatto sulla nostra percezione della personalità,” sottolinea Huw Price, “non ci sarà bisogno che le AI acquisiscono caratteristiche come empatia e possibilità di mostrare emozioni.”

 

“La questione centrale, però,” prosegue Price, “non è la definizione di essere umano in quanto tale, ma avvicinarci ad avere un’idea chiara di quali siano le diverse possibilità che ci si presentano davanti: alcune di queste possibilità richiedono scelte concrete e funzionali, come ad esempio valutare se dobbiamo tenere in considerazione o meno gli interessi delle macchine. Alla fine sono proprio queste scelte concrete che contano: pensare al concetto di personalità ed alla definizione di essere umano potrebbe aiutarci a prendere queste scelte in maniera corretta.”