Sono anni che la fantascienza riflette sulla relazione tra immaginario e innovazione tecnologica, verso una riduzione sempre più drastica della distanza tra l’uno e l’altra. Se J. G. Ballard e successivamente il cyberpunk hanno lavorato sull’eliminazione di qualsiasi scarto tra i due livelli — perché la tecnologia aveva già superato l’immaginazione realizzando il suo potenziale — le narrazioni più recenti si sviluppano nel solco di una trasformazione in atto, orientandola ed arricchendola di nuove suggestioni.

La relazione sempre più stretta tra emozioni, intelligenza artificiale e creatività rappresenta una tendenza dominante del nostro tempo che può essere esaminata, per esempio, confrontando l’immaginario cinematografico recente con alcune innovazioni presenti sul mercato. Attraverso tale confronto si può comprendere il modo in cui le nuove tecnologie esaltano la dimensione emozionale che è diventata un aspetto centrale non solo nell’interazione uomo-macchina ma anche più in generale di una nuova concezione del design, della comunicazione e del consumo.

Il cortometraggio I am here di Spike Jonze mette in scena una storia d'amore tra due robot che conducono la loro vita di tutti i giorni come fossero “veri” esseri umani. Contrariamente alla rappresentazione comune del robot come entità spaventosa che minaccia l'umanità, i robot in questo film sono fragili e mansueti. L’immagine vagamente antropomorfa di queste macchine è ottenuta con l’assemblaggio di vecchi computer, quasi a voler marcare la loro inferiorità ma anche una maggiore autenticità ottenuta tramite il riciclo di tecnologie obsolete. L’estetica dell’imperfezione, ottenuta grazie all’utilizzo di retro-tecnologie, fornisce a tali esseri un surplus di anima che altre macchine, tipiche della fantascienza, non possiedono. Nel corso della storia d’amore tra i due robot il partner maschile cede le componenti del suo corpo al robot femmina che s’infortuna continuamente. Un pegno d’amore che culminerà nella cessione dell’intero corpo del maschio alla sua compagna.

Se in questo caso il corpo e la sua perdita sono al centro della narrazione, nel film Her dello stesso regista la relazione d’amore s’instaura invece tra un essere umano e un sistema d’intelligenza artificiale che non dispone di un proprio corpo. Il concetto portante su cui lavora un racconto straordinario come Her è l’idea che il nuovo ambiente tecnologico non atrofizzi, bensì amplifichi la dimensione emotiva. Tutto nel film trasuda un’elevata densità sentimentale che trapela chiaramente dalla forma degli oggetti, dai costumi di scena, dal design degli ambienti, dallo stile fotografico, dall’orchestrazione dei dialoghi, sino alla morbidissima voce di “lei” — l’AI Samantha.

Theodore, il protagonista, fatica a superare il trauma irrimediabile del divorzio da una donna splendida e molto colta che lo ha fatto precipitare in un buco nero affettivo da cui non riesce a uscire. La soluzione del problema è offerta dall’intelligenza artificiale, ovvero da un sistema senziente e autopoietico che cresce confrontandosi con l’illimitata produzione di esperienze offerta dagli esseri umani. Grazie a esse, il nuovo OS riesce a svilupparsi, a darsi un’identità definita, a interagire dialogicamente con il suo utente, a gratificarlo come uno specchio che s’adatta perfettamente alla personalità del suo utente.

La stessa Samantha, però, capisce che il limite di tale relazione è l’assenza di un contatto fisico. Per questo prenota un nuovo servizio offerto da un gruppo di donne che concedono il proprio corpo all’intelligenza artificiale rendendo possibile l’amplesso con i propri umani. Il concetto di avatar non indica più la proiezione della nostra identità in un ambiente virtuale, bensì il modo in cui l’intelligenza artificiale prende forma attraverso un corpo umano per interagire con un altro essere umano. La continua capacità di apprendere dagli altri esseri umani e la necessità, quindi, di gestire ed immergersi in molteplici relazioni contemporaneamente, è la causa della fine della relazione fra Theodore e Samantha. Il sistema è al contempo standardizzato e altamente personalizzabile. La creatività illimitata che essa esprime è dunque limitata dalla logica standardizzata con cui gestisce simultaneamente grandi numeri di informazioni e di relazioni. Il grande potere di Samantha, ovvero la capacità di interagire al contempo con molti e con ognuno in modo personalizzato, è pertanto anche un limite. In altri termini si ribalta un vecchio concetto benjaminiano: ora la qualità si ritrasforma in quantità.

Un altro film che ha affrontato il medesimo tema è Ex Machina di Alex Garland. Qui la distopia è palese e richiama la questione del dominio delle macchine che, divenute più intelligenti, possono soggiogare la mente umana attraverso un uso strategico delle emozioni. Nella scena chiave di tutto il film, l’informatico che ha prodotto l’AI Ava spiega il segreto del funzionamento della nuova intelligenza artificiale attraverso un quadro di J. Pollock.

L’arte automatica dell’artista è dunque ben lontana dall’impressione di disordine che i suoi quadri suggeriscono a prima vista. Essa prepara l’avvento della nuova creatività sviluppata dai sistemi di AI che non sono solo il calco della mente umana ma possono evolvere in modo peculiare e imprevedibile.

In un articolo di Kelsey Campbell-Dollaghan per FastCompany, l’autrice si concentra su una questione chiave: l’intelligenza artificiale impone lo sviluppo di un nuovo scheumorfismo che non si limita semplicemente a simulare caratteristiche di altre tecnologie più obsolete, come ad esempio il fruscio delle pagine di un libro simulato dai nostri reader o il suono dello scatto analogico simulato dalle camere digitali degli smartphone. Le nuove affordance — l’insieme delle qualità fisiche di un oggetto che suggeriscono come utilizzarlo — avranno piuttosto il compito di rassicurare l’utente indicandogli non tanto cosa egli potrà fare con questi dispositivi quanto piuttosto ciò che le tecnologie non faranno agli utenti: “non ci faranno del male, non ci spieranno, non riveleranno i nostri segreti”. Lo studio della University College di Londra coordinato da Adriana Hamacher viene indicato come esempio della direzione in cui si sta muovendo la concezione del design di questi dispositivi. In questo studio è stata esaminata la relazione tra uomo e robot chiedendo ad alcuni soggetti di preparare una frittata aiutati da una macchina. Nel frattempo il robot è stato programmato per mostrarsi talvolta inefficiente, facendo cadere un uovo per sbaglio, ma anche per mostrarsi costernato utilizzando espressioni facciali riprese dai cartoni animati. Dalle interviste alle persone invitate ad improvvisarsi chef risultava che il robot, talvolta inefficiente, era preferito a quello che non sbagliava mai.

Tale esperimento sarebbe pertanto la dimostrazione che il design user-friendly, progettato per rispondere efficientemente alle esigenze umane, sarà superato da una concezione più aperta definita “lucid design”. Tale principio non nasce nelle ricerche sulla AI ma ha caratterizzato nell’ultimo decennio il design e la comunicazione dei brand in diversi settori produttivi, dal fashion all’automotive. Questo nuovo concetto di interazione esalta i valori di “trasparenza e onestà” e si allinea ad altre tendenze della comunicazione digitale, che esaltano l’empatia e l’autenticità dell’esperienza. In un certo senso l’intelligenza artificiale ha dato continuità a tale tendenza, inserendosi tra immaginario fantascientifico e realtà quotidiana dei consumatori per produrre innovazioni compatibili con la psicologia umana e pertanto emotivamente sostenibili. L'ideale emancipativo di un “design lucido” mira a creare una sorta di cooperazione democratica tra esseri umani e sistemi di AI, in modo che entrambi convivano in una modalità maggiormente “etica”.

L’idea di sistemi di AI e robot concepiti come semplici schiavi e surrogati dell’attività umana diventa quindi culturalmente obsoleta. L’obiettivo fondamentale per il futuro è garantire una stretta cooperazione e collaborazione fra esseri umani ed AI, diffondendo pertanto una cultura altamente partecipativa. Per ottenere questo risultato, quindi, è necessario volgere sempre di più l’attenzione all’interfaccia uomo-macchina, che vedrà scomparire freddi tasti e schermi per lasciar posto al “lucid design” ed alla concezione di intelligenze artificiali emozionali.