L’avvento delle tecnologie intelligenti sta mutando il panorama sociale ed economico per come lo conosciamo e l’ipotesi di una crisi dell’occupazione dovuta alla sostituzione delle macchine alla forza lavoro umana è una paura condivisa da molti.

Nel dibattito attuale sull’automazione, insomma, la domanda che si presenta più spesso è: i robot ci ruberanno il lavoro?

Secondo molte previsioni, è assolutamente probabile, se non già vero. Eppure, secondo alcune teorie economiche specifiche, la cosa non è necessariamente un male, anzi. In un mondo post-lavoro, potremmo ripensare alla produzione automatizzata in funzione delle persone anziché del profitto come sostiene, per esempio, la teoria emergente del Fully Automated Luxury Communism.

In altre parole, l’automazione intelligente potrebbe portarci a ripensare l’intero sistema economico e sociale su cui ci basiamo, eliminando, per la prima volta, il concetto di lavoro come necessità.

La “disoccupazione strutturale” dovuta all’avvento delle macchine intelligenti dovrebbe essere interpretata non come un problema, ma come un’opportunità per concepire una società dove si lavora molto meno, ma si possiede molto di più.

Al momento, almeno nel mondo occidentale, viviamo in una società basata sul lavoro: ognuno di noi è chiamato a svolgere un compito — fisico, intellettuale, creativo — in cambio di un compenso economico, per poter usufruire di beni, servizi e risorse, sia di prima necessità che cosiddetti “di lusso.” Ma nel futuro prossimo, persino le nuove forme di reddito create dalla sharing economy potrebbero non avere più bisogno di esseri umani per funzionare: se persino le auto di Uber diventano autopilotate, chi lavora e chi guadagna davvero?

L’avvento dell’automazione intelligente, insieme ad altri cambiamenti sociali, ha creato la domanda per sistemi di reddito minimo, pensati per compensare una minore disponibilità di lavori a bassa specializzazione. 

Questo genere di soluzione — accompagnata da una tassazione che vorrebbe limitare e regolamentare la diffusione dei robot nei settori industriali e produttivi, di cui persino il fondatore di Microsoft Bill Gates è sostenitore —, però, non tiene conto fino in fondo della prorompenza della rivoluzione tecnologica attuale. 

Sarà davvero possibile limitare la diffusione dei robot intelligenti in quasi qualsiasi campo lavorativo? Ha senso cercare di compensare una rivoluzione che rischia di essere comunque totalizzante?  

A differenza della prima rivoluzione dell’automazione — inaugurata nella prima metà del secolo scorso, con le grandi fabbriche Ford —, quella attuale, ovvero dell’era dell’informazione e di internet, non sta creando nuovi e migliori posti di lavoro. Sta, semplicemente, rendendo l’uomo obsoleto anche in molte mansioni specializzate. Già adesso si stima che nel giro di pochi decenni le macchine e l’intelligenza artificiale saranno in grado di sostituirci più o meno in tutto: non solo guidare auto e camion meglio di noi, ma anche scrivere best sellers e articoli di giornale

Secondo Johann Rupert, miliardario CEO della Compagnie Financiere Richemont e tra i principali teorici del FALC, la “disoccupazione strutturale” dovuta all’avvento delle macchine intelligenti dovrebbe essere interpretata non come un problema, ma come un’opportunità per concepire una società dove si lavora molto meno, ma si possiede molto di più.

Il principio alla base di questa nuova economia sarebbe una condivisione molto più equa dei mezzi produttivi: anziché lasciare che le tecnologie più impressionanti siano gestite da pochi, mentre per la maggior parte delle persone diventa quasi impossibile trovare lavoro, la proprietà di queste stesse risorse potrebbe essere suddivisa in modo da garantire una spartizione sostenibile anche del profitto.

Smettere di pensare al lavoro esclusivamente come fonte di reddito in un sistema-mercato, non significa alimentare una generale inerzia umana, ma, anzi, permettere di incentivare lavori di comunità e artistici.

È facile capire perché il futuro che ci aspetta, se lo consideriamo da un punto di vista prettamente capitalista — vale a dire secondo il sistema economico predominante al momento —, ha qualcosa di terrificante: come facciamo a sopravvivere, se non possiamo più lavorare e guadagnare

Nel cercare di rispondere a questa domanda, Rupert e altri economisti — come Aaron Bastani, fondatore di Novara Media, e persino Yanis Varoufakis, ex ministro dell’economia greco — hanno cominciato a riflettere sul significato e sulla necessità stessa del lavoro umano. 

Anziché istituire un reddito minimo, sostiene per esempio Varoufakis, che non risolverebbe davvero il problema della mancanza di lavori, il FALC prevede un dividendo nazionale: il capitale economico dei grandi settori — in particolare quelli che sfruttano le risorse del pianeta e sono coadiuvati dalla ricerca pubblica — sarebbe ri-distribuito tra cittadini-azionisti, tanto per le aziende statali che per quelle private.

Ancora, secondo Jim Mulvale, Direttore della Faculty of Social Work dell'Università di Manitoba, smettere di pensare al lavoro esclusivamente come fonte di reddito in un sistema-mercato, non significa alimentare una generale inerzia umana, ma, anzi, permettere di incentivare lavori di comunità e artistici.

Per quanto nel prossimo futuro la scarsità di molte risorse fondamentali — come il petrolio, su cui si basano grosse componenti della nostra economia, dal macro settore energetico a quello automobilistico, ma anche, su un piano di essenziale, l’acqua e le risorse alimentari — ci porterà a dover ripensare il concetto stesso di lusso, disporremo presto della tecnologia capace di ottimizzare qualsiasi sistema produttivo e condividere la ricchezza in modo molto diverso da ora.

Ostacolare l’automazione per proteggere il mondo del lavoro come lo conosciamo, insomma, potrebbe essere controproducente al fine di migliorare la vita di tutti. Certo, la velocità che caratterizza questa rivoluzione dell’automazione implica che il tempo per concepire, elaborare e attuare nuove teorie e pratiche economiche come quella del FALC, è estremamente poco. Una buona ragione per cominciare a farlo il prima possibile.

 

 

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Foto di Mike Licht, NotionsCapital.com, licenza CC BY 2.0 via Flickr