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«Credo nel cambiamento e mi candido a esserne la testimonial»

Essere direttore d’orchestra a 25 anni sarebbe già una notizia. In più, il fatto di essere un direttore d’orchestra donna (una splendida donna), rende la cosa ancor più eccezionale.


Solo fino a pochissimi anni fa sarebbe stato impensabile: troppo giovane, troppo femmina, troppo bella per poter essere pure intelligente. «Persiste un vecchio retaggio: la figura del direttore d’orchestra è storicamente maschile. E non nego che tutt’ora ci siano molti pregiudizi. Io, però, credo nel cambiamento e mi candido a esserne la testimonial». Paladina di una nuova visione, non dimentica l’importanza delle radici: «Innovare per me significa recuperare quello spirito originale della materia che è andato perduto nel processo evolutivo, tornare al materico sottratto al pensiero speculativo così tipico dei giorni nostri, in cui l’oggetto integro torni a essere in primo piano nella sua originalità: la purezza della lingua, l’integrità della materia antica, l’arte sottratta alla teoresi. “Ritorno” non significa involuzione, bensì riappropriarsi di un’enorme ricchezza, unico vero ponte innogetico verso il futuro. La tradizione è l’unico vero motore verso l’innovazione».


Una visione del domani per nulla fantascientifica, semmai più umana: «Penso che la tecnologia debba essere mezzo e non sostanza, altrimenti rischierebbe di essere sterile. Una tecnologia a supporto dell’arte». E lei dell’arte ha fatto il suo mestiere, sapendo ben mescolare empatia e razionalità, «Aspetti entrambi importanti per il mio lavoro, come diceva il maestro Franco Ferrara all’Accademia Chigiana, a Siena, dove ho studiato, è importante dirigere con testa fredda e cuore caldo».