di Simone Cosimi

Si moltiplicano gli studi pessimistici sull’impatto del machine learning e delle altre soluzioni sulle dinamiche del lavoro. Ma i punti veri sono tre: l’AI colpirà i mestieri routinari, cambierà gli altri arricchendoli di nuove opportunità e ne creerà di inediti e sempre più qualificati

L’ultima a intervenire sul tema è stata Ginni Rometty. La 59enne Ceo di Ibm ha spiegato all’ultimo World Economic Forum di Davos, in Svizzera, come l’intelligenza artificiale – e l’automazione nel complesso – cancelleranno alcune professioni già di per se stesse obsolete. Creando tuttavia una quantità di nuovi lavori, specialmente sul lungo periodo. D’altronde sotto l’etichetta AI si nasconde un gruppo di tecnologie, dal machine learning allo sfruttamento dei big data, che nella sostanza consentono ai computer di acquisire competenze nuove di zecca o di perfezionare quelle di cui già dispongono. Spingendosi oltre le capacità umane.

 

Un rapporto, battezzato Preparing for the Future of Artificial Intelligence e pubblicato negli ultimi mesi della presidenza di Barack Obama, pur sottolineando gli impieghi che andranno persi a causa delle menti digitali, disegnava anche le prospettive legate a nuove opportunità e figure professionali. E spiegava l’importanza di concetti come la formazione continua, la riqualificazione e in generale della centralità delle politiche pubbliche nel mitigare questa fase di cambiamento innescata dalla seconda rivoluzione delle macchine. Quella in cui, per anni, la curva dell’occupazione si sgancerà – come sta già accadendo – da quella della produttività.

Probabilmente, per avere un quadro chiaro di quali lavori fioriranno in futuro è necessario osservare con cura le debolezze dei robot (e delle loro menti artificiali, anche quando in cloud) e i punti di forza degli esseri umani. Ad esempio l’abilità di effettuare compiti complessi che tocchino sfumature diverse (negoziazioni, persuasioni) ma anche nel produrre idee inedite nuove di zecca. Cioè l’immaginazione. Le intelligenze artificiali risolvono problemi, non creano i meccanismi e gli schemi per farlo (anche se stanno imparando a costruire se stesse). Dunque tutti i lavori che richiederanno intelligenza emotiva, creatività e forti qualità sociali non potranno essere rimpiazzati da una qualche entità automatizzata. Dai manager a chi si occupa della cura delle persone passando per gli artisti o gli imprenditori: c’è da decidere, partorire soluzioni mai viste, scomodare le tinte che si muovono fra il bianco e nero.

Non basta. La medesima esplosione delle macchine moltiplicherà le opportunità per chi quelle macchine le produce, le gestisce, le “guarisce” e insegna loro cosa fare. Robot, algoritmi, intelligenze artificiali avranno molti problemi prima che possa verificarsi ciò che gli esperti chiamano “singolarità”, cioè un mondo in cui la tecnologia sfugga al controllo degli esseri umani. Ce ne dovremo occupare, e alungo, degli algoritmi come degli androidi. Già oggi impieghi come web developer, data scientist o network administrator semplicemente non esistevano, una trentina di anni fa. Cosa potrebbe riservarci il prossimo ventennio? HP_2article_News_inpage.jpg

Non si tratta solo di figure richieste all’interno delle organizzazioni. La tecnologia, e l’intelligenza artificiale nello specifico, hanno condotto a un rapido sviluppo di nuovi settori lavorativi. E stimoleranno la domanda per impieghi dalle qualità tecniche sempre più elevate. Secondo molti osservatori saranno dunque proprio gli ambiti raccolti sotto la sigla Stem (science, technology, engineering e mathematics) a far segnare la più profonda impennata nella creazione di nuovi posti di lavoro. Qualche indagine, ormai datata, aveva provato una correlazione virtuosa fra robotizzazione e tasso occupazionale, anche se ovviamente è molto difficile vederla quando si vive nell’occhio del ciclone. Quando le fabbriche chiudono o, anzi, rimangono aperte ma sempre più svuotate di umani come ormai accade sempre di più specialmente in Asia. I mestieri routinari e di media formazione sono in effetti e unanimemente quelli che rischiano di più.

Ci sono tuttavia settori – dall’automotive all’elettronica passando per le energie rinnovabili all’alimentare fino alla salute – che beneficeranno più di altri dell’aiuto delle intelligenze artificiali. D’altronde, come ha spiegato una volta Geoff Colvin, editor di Fortune e autore del volume Humans Are Underrated: What High Achievers Know That Brilliant Machines Never Will, lanciarsi nelle previsioni sul futuro è ben più difficile che prendere atto dei fenomeni presenti. Per questo si tende a sovrastimare i mestieri in estinzione, costruendo una narrazione apocalittica, e a sottovalutare ciò che la tecnologia potrà partorire di nuovo. Anche solo una ventina d’anni fa chi pensava di potersi guadagnare da vivere ottimizzando i contenuti dei siti internet per i motori di ricerca (search engine optimization), costruendo piccoli programmi da dispositivo personale o impostando una campagna di comunicazione sui social network, realtà semplicemente sconosciute?

Insomma, l’intelligenza artificiale ci ruberà parecchi dei lavori oggi esistenti ma ce ne regalerà molti altri. O meglio: trasformerà il loro dna e innescherà un cambiamento nel bilanciamento complessivo. Nella loro formula paradigmatica. Si tratta cioè di quel passaggio per cui molti mestieri e professioni non spariranno ma saranno condannati a cambiare. Per capirci, il medico si occuperà più del rapporto personale col paziente e meno dell’ottenimento di dati dal suo organismo, né del confronto di questi con database sterminati che avrà a disposizione. A lui rimarrà in capo la responsabilità dell’ultima parola e di stabilire se ciò che le intelligenze propongono è adeguato per un caso specifico. Dovrà salire di livello, specializzarsi ancora di più, concentrare ogni sua risorsa sul caso specifico, sollevato dal “lavoro sporco” a cui era tenuto in passato. In fondo l’idea che il lavoro manuale possa essere svolto dalle macchine è ormai parte della nostra cultura da decenni: c’è ora da aggiungere la possibilità, sempre più pervasiva, che anche i lavoratori che gestiscono, interpretano, valutano ed estraggono dati e informazioni vengano affiancati da intelligenze incommensurabilmente più potenti di quelle umane. Ma che tuttavia, fuori dalla routine, sono destinate a rimanere ausiliarie.

Secondo alcuni esperti, come Jeff Hawkins, fondatore della società di ricerca sul cervello e intelligenza artificiale Numenta, sotto il profilo dei lavori che potrà creare il settore è a un punto simile a quello dell’informatica negli anni Cinquanta. Cioè agli elementi basilari. Ma in soli vent’anni i computer resero possibili i sistemi internazionali delle prenotazioni aeree, quelli di prelievo tramite sportelli bancari automatici e, per allargare il tiro, anche l’approdo sulla Luna. Ecco perché valutare l’impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale nei prossimi dieci o vent’anni è impresa complessa.

Insomma, il contesto – come si legge in un paper del 2016 firmato dal Mit di Boston – è il seguente:

I compiti precedentemente svolti dal lavoro umano sono automatizzati, mentre allo stesso tempo si creano versioni più complesse di compiti già esistenti per le quali il lavoro umano ha un vantaggio competitivo
. Il punto debole sarà ovviamente in periodi come quello che stiamo vivendo, nei quali questa transizione potrebbe risultare difficilmente sostenibile sul profilo sociale. Stando a una Preparing for the Future of Artificial Intelligence che ha come primo firmatario David Romero, ricercatore dell’Istituto tecnologico di Monterrey, in Messico, i lavori del futuro ruoteranno dunque intorno alla figura dell’operatore 4.0, cioè intorno all’essere umano coadiuvato non solo dall’intelligenza artificiale ma da tutti gli ambienti sbocciati negli ultimi anni, dalla realtà virtuale alle capacità di telecomunicazione (penso al 5G e oltre. Che finiremo per pilotare un’auto in remoto (intervenendo magari nelle situazioni di emergenza legate alle vetture driverless), effettuare un intervento chirurgico da una parte all’altra del pianeta, progettare edifici in qualche ambiente digitale o sistemare sensori e apparecchi nelle case e nelle città smart, c’è da scommettere che il lavoro non finirà affatto.